Uomini e braccia

Sab, 16/01/2010 - 00:00

No, Rosarno non è peggio di altre realtà. Non è neanche la peggiore realtà. E’ forse l’emblema, per ora il più evidente dopo i fatti dei giorni scorsi, della polveriera che abbiamo in casa, in tutte le regioni, da Nord a Sud. E del razzismo che sottile si annida nella nostra società opulenta e per bene, ovunque, nonostante si sia sinceramente convinti del contrario. Tale sentimento è così subdolo e impalpabile, o così radicato nel mostro modo di essere e di pensare, al punto da farne parte, che, per l’appunto, crediamo non ci sia, o comunque non ci riguardi. Salvo venire fuori improvvisamente nei momenti e nelle circostanze più impensate. Razzisti noi? Per carità! Voglio saltare a piè pari gli insulti razzisti degli stadi di calcio che hanno indotto Balotelli, punta dell’Inter, con la freschezza e la sincerità dei suoi acerbi 18 anni, ad affermare molto crudamente che il pubblico calcistico di Verona è quello che, in assoluto, più gli fa schifo. O quelli contro Dida, a Torino, per restare agli episodi più recenti. Li relego a stupidità da stadio che rientra nella follia da tifoso, come prassi e ineluttabile necessità in un contesto dove pare debba essere permesso di tutto. Soprattutto l’offesa e il becero insulto all’avversario e all’arbitro. Ma non per questo meno gravi. Voglio invece riportare quello che ha scritto Gian Antonio Stella sulle pagine del Corriere della Sera, nei giorni scorsi, ricordando ciò che una trentina di anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch affermò a proposito degli emigranti italiani nella sua terra. “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”. E qui, credo, sta il punto, il nocciolo della questione del razzismo oggi. Soprattutto in un momento in cui, specie qui in Calabria, si dimentica la nostra stessa esperienza di emigranti, neanche tanto lontana nel tempo, e si preferisce recitare il ruolo di datori di lavoro e benessere, e talvolta di misericordiosi buoni samaritani, dimenticando, ahimè, che chi impiega le braccia per eseguire lavori che noi mai faremmo, è soprattutto un uomo. Come noi. E più volte ce l’hanno ricordato in questi giorni le nostre braccia, dai tanti microfoni che sono stati loro messi sotto il naso, rivendicando il santo diritto ad essere uomini e come tali essere visti e trattati. A Rosarno hanno fatto bene a protestare contro chi vorrebbe tacciare quella città di razzismo. E con essa tutta la Calabria. Hanno fatto bene a ricordare il proverbiale e atavico nostro senso dell’ospitalità, a scendere in strada, in corteo, mano nella mano, anche con coloro, tra gli emigrati, che sono rimasti e che hanno la pelle più abbronzata, come direbbe il nostro Presidente del Consiglio. Ma quelle rivendicazioni in italiano approssimativo, ma in italiano, ad essere trattati da uomini e non da animali, ci devono fare riflettere. A Rosarno uno striscione su tutti, “Vent’anni di convivenza”, elaborato ed esposto per dire ulteriormente del senso dell’accoglienza della cittadina pianigiana e di tutta la Calabria può darci il segno di quanto ci resti ancora da fare sulla strada della accettazione degli esseri umani che vengono da lontano alla ricerca del lavoro e del benessere economico, non disgiunti dalla dignità e dal decoro. “Convivenza” è parola grossa e impegnativa. E se la esaminiamo per bene senza lasciarci influenzare da apparenze emotive e magari riflettiamo sul fatto che sia formata da due parole, una preposizione e un sostantivo dal significato pregnante, magari ci rendiamo conto che molto spesso è usata a sproposito. Nonostante i tanti gesti di solidarietà che si compiono ovunque, a Rosarno e in tutta la nostra regione, e le tante iniziative benefiche che fanno onore alla nostra comunità. Ma non si confondano la carità, l’elemosina e la convivenza.

Autore: 
Filippo Todaro
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