Uliveti in pericolo, ma attenzione a chi dare la colpa

Dom, 13/08/2017 - 09:40
Allarmati dalla diffusione di parassiti che infesterebbero i nostri uliveti stiamo clamorosamente sottovalutando l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sull’agricoltura: molto probabilmente entro il 2050 la linea della coltivazione dell’olivo si sposterà verso nord.

Cosa sta accadendo all’olivicoltura in Calabria? L’abbiamo chiesto a Thomas Vatrano, agronomo esperto in olivicoltura e miglioramento delle caratteristiche organolettiche degli olii vergini ed extravergini.
La preoccupazione per la situazione della produzione di olio è ben fondata, molto meno fondati gli allarmismi sulla diffusione di parassiti e malattie che generano solo confusione tra i consumatori e danni agli agricoltori.
Come per ogni cosa che riguarda il misconosciuto e maltrattato mondo delle piante, la situazione degli olivi è complessa e, in Calabria, preoccupante. I tripidi, su cui si è fatto gran rumore in questo periodo, sono in realtà ben noti agli olivicoltori come ai coltivatori di piante ornamentali. Non sono una nuova minaccia o degli insetti alieni. Il problema non è un singolo insetto, ma un insieme di fattori che - uniti ai cambiamenti climatici - producono danni soprattutto negli oliveti trascurati o abbandonati, dove la mancanza di controllo causa una proliferazione dei patogeni, con il rischio evidente di trasmissione anche ad alberi sani.
“Il primo fattore da considerare – dice Vatrano – è l’innalzamento delle temperature. L’olivo, come altre piante agrarie, è un albero che ha bisogno di “vernalizzare”, cioè di sentire freddo durante l’inverno. Se non viene soddisfatto il “fabbisogno in freddo” la pianta decide di non produrre fiori: ciò si traduce in una mancata produzione. Inoltre l’umidità si deposita su foglie e fusti, creando una pellicola di cui si avvantaggiano malattie fungine come l’occhio di pavone e la cercospora, che causano spesso forti defoliazioni e quindi deperimento generale della pianta. Purtroppo stiamo clamorosamente sottovalutando l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sull’agricoltura: molto probabilmente entro il 2050, come dimostrano diversi scienziati, la linea della coltivazione dell’olivo si sposterà verso nord.
“Pertanto bisognerà prestare più cura e più professionalità nei nostri uliveti e non considerarli come un tempo, quando da questa nobile specie si traeva legna da ardere, fronda per gli animali, riparo per gli stessi e olio. Bisognerà coltivarla come si fa con tutte le colture da alto reddito. Una conduzione irregolare e non specializzata porta inevitabilmente a impoverire le piante con una conseguente minore produzione, che non basterà neanche più per il consumo familiare annuale”.
Insomma appare ben chiaro che per riprendersi l’olivicoltura calabrese deve compiere la rivoluzione dell’attenzione, della conoscenza e della strategia di coltivazione. I coltivatori devono comprendere che coltivare in modo brutale, come è stato fatto in Puglia, non porta altro che a uno sfruttamento delle piante, spremute come limoni. Il piano produttivo deve essere razionale, pensato in anticipo e steso da esperti, supervisionato e modificato in base alle necessità di ogni singolo esemplare e dell’andamento di variabili imprevedibili come quelle meteorologiche.
“Deve essere l’agricoltore a evolversi – afferma Vatrano – a capire che l’oliveto non può essere abbandonato e ripreso come uno yo-yo, che se si vuole coltivare bisogna farlo tutto l’anno, nei tempi e nei modi giusti, con l’utilizzo anche di metodologie convenzionali (ove sia consentito), ma in modo prudente e attento, non impattante, e che le piante devono essere intese come beni da non usurare, ma da curare e portare avanti nel tempo, sempre produttive.
Vatrano è molto chiaro: “Spiace vedere che le piccole aziende entusiaste di lavorare in agricoltura non siano sostenute da fondi europei, per ottenere i quali occorrono precisi punteggi per entrare in graduatoria. Non si può pensare di coltivare l’olivo con la forza del pensiero, ma con passione, costanza e investimenti mirati da parte degli imprenditori. Per i futuri impianti, in misura delle variazioni climatiche, si renderanno necessari preventivi studi del clima e del suolo per consigliare le varietà più idonee per i diversi areali. Ricordiamoci che la Calabria e l’Italia in generale, possiedono il germoplasma olivicolo più ricco, basti pensare che nel mondo esistono circa 2600 varietà, di cui 800 solo in Italia*”.

*comprese le varietà cosiddette “sconosciute”.

Autore: 
Lidia Zitara
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