Rosario Villari, un combattente ante litteram contro la giustizia sommaria

Ven, 20/10/2017 - 18:40

È morto Rosario Villari. Era nato a Bagnara Calabra nel 1924 ed è stato uno dei più grandi storici del nostro Paese. Ha iniziato gli studi universitari a Firenze e li ha conclusi a Messina, dove è stato allievo di Galvano Della Volpe. Ha scritto de Il Politecnico, Il Ponte, Movimento operaio, Quaderni di cultura e storia sociale. Redattore di Cronache meridionali. È stato professore all’ Università di Oxford oltre che in numerose Università italiane. Nel 1990 è stato eletto membro dell'Accademia nazionale dei Lincei.

Tuttavia la sua prima formazione avvenne nelle fila dei contadini calabresi.

Quando nell’immediato dopoguerra si andò sviluppando in tutta la Calabria un robusto movimento di occupazione delle terre incolte, Villari, allora giovanissimo dirigente comunista, fu mandato a guidare la lotta nella zona Jonica ed è Lui stesso a parlarcene nella prefazione al libro di memorie dell’ex deputato comunista alla Costituente Eugenio Musolino: “Quarant’anni di lotta in Calabria”. Erano anni difficili e Villari non dimenticò mai quell’esperienza.

Fu certamente uno studioso di statura nazionale e tuttavia la questione del Mezzogiorno fu il tema centrale con cui si confrontò per tutta la vita. Senza vittimismo e senza nostalgie neo borboniche ma decisamente convinto che il Sud fosse stato sacrificato nel momento della costruzione dello Stato risorgimentale. Ne dedusse che la questione meridionale fosse insolubile in una visione “liberale” dello Stato.

Dopo aver pubblicato la grande antologia “il Sud nella storia d’Italia” nel 1961, tuttora l’opera più completa sull’argomento, si concentrò sulla rivolta antispagnola nel regno di Napoli. Una vicenda sia pur lontana nel tempo ma che, secondo lo storico calabrese, avrebbe dimostrato in maniera inconfutabile che nel Sud non c’erano state soltanto ribellioni inconcludenti ma anche autentiche “rivoluzioni” capaci di collegarsi alle correnti di pensiero più avanzate di Europa. La “congiura” di Tommaso Campanella, secondo il Villari, è l’esempio più evidente in tal senso: un piano di rivolta che - secondo le intenzioni del monaco di Stilo - sarebbe dovuto partire dall’estrema punta dello Stivale per mettere in crisi l’impero di Spagna e con esso la Santa Inquisizione e la repressione del libero pensiero.

Nel 1976, quando era già conosciuto come eminente studioso e autore di una “Storia d’Italia e d’Europa” per le scuole che aveva venduto oltre due milioni di copie, decise di riprendere la sua battaglia politica ripartendo dalla Calabria. Fu eletto deputato, se non ricordo male, con oltre centomila voti di preferenza.

Ma non si fece imprigionare nel “Palazzo” e non si rassegnò ad alzare la mano negli scranni del Parlamento. Non a caso appena tre anni dopo mise fine alla sua esperienza parlamentare ma continuò la sua lotta sul terreno a Lui più congeniale: quello della ricerca , dell’insegnamento universitario e degli studi. Egli appartenne alla fitta schiera di intellettuali organici più che ad un partito ad un popolo nella declinazione marxista della parola e che ebbero l’egemonia in quasi tutta la seconda metà del secolo scorso. Infine, non posso non ricordare che fu un garantista convinto, un combattente “ante litteram” contro la giustizia sommaria.

Nel 1955 condusse dalle colonne di “cronache meridionali” una battaglia contro l’operazione Marzano che, in nome della lotta alla “maffia”, aveva messo a ferro e fuoco la provincia di Reggio Calabria che Villari conosceva molto bene. In quell’occasione non ebbe esitazioni di prendere posizione contro l’invio al confino di due sindaci (Nicola D’Agostino e Trimboli, entrambi in odor di mafia) ed il relativo scioglimento dei consigli comunali.

Ovviamente non difendeva la mafia, nè i mafiosi bensì le garanzie costituzionali e i diritti inalienabili della persona umana. Una statura umana e un’autonomia di pensiero di cui, oggi, si ha tanta nostalgia e si sente un gran bisogno! Infine un ricordo strettamente personale. Io non ho mai avuto frequentazioni ai piani alti del palazzo. Rosario Villari l’ho conosciuto nel 1976 in occasione della campagna elettorale e dopo averlo accompagnato in qualche comizio lo ebbi ospite a casa mia.

Abitavo a Caulonia superiore in una casa che chiamerò antica per non dire molto modesta. La cena fu quella di vecchi tempi e come allora si usava tra i “compagni”: insalata di pomodoro e cipolla, salame e vino (probabilmente troppo). Discutemmo per ore. Lui era un intellettuale meritatamente famoso, io un giovane “compagno di provincia”. Eppure, e almeno quella sera, eravamo solo due “comunisti” che discutevamo anche animatamente e spesso in dissenso sul “compromesso storico”, sull’Unione Sovietica, sul Vietnam, e soprattutto sui destini del nostro Mezzogiorno. Altri tempi, ti verrebbe da dire! E poi ti meravigli che - ripensandoci - ti scappano le lacrime...

Autore: 
Ilario Ammendolia
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