Quel pazzo che si è messo in testa di salvare le nostre "radici"

Dom, 03/04/2016 - 15:22
Il professor Orlando Sculli da 14 anni va in cerca di vitigni autoctoni da salvare. Vitigni che appartengono a un passato assai remoto, all'epoca bizantina, romana e addirittura greca. Finora ne ha recuperati 270, ma la sua ricerca continua. C'è un ricco arsenale da riportare alla luce e Sculli ha bisogno di una mano.

È come se avesse fatto un giro completo attorno all’equatore. Orlando Sculli, professore di lettere in pensione, ha macinato oltre quarantamila chilometri consumando due Panda vecchio modello. Da quattordici anni il prof. Sculli va alla disperata ricerca delle nostre radici. E in questo caso “radici” ha un valore metaforico ma anche letterale.
Come nelle storie più avvincenti, tutto ha inizio per caso. Nel luglio del 2002 Sculli dà alle stampe “I palmenti di Ferruzzano”. Nello stesso mese sulla rivista “Calabria Sconosciuta” viene pubblicato un articolo sugli stessi palmenti. “Per caso – racconta Sculli – il prof. Attilio Scienza, dell’Università Statale di Milano, studioso di fama internazionale dei vitigni e della loro storia, lesse l’articolo e si precipitò a Ferruzzano insieme al dott. Nicodemo Librandi di Cirò. Fui io a condurli sul posto: rimasero meravigliati di fronte al mistero dei palmenti. Alcuni, secondo il prof. Scienza, risalivano al periodo pre-ellenico. Mi chiese, quindi, di accompagnarlo a visitare un vigneto marginale e lo portai a visitare il mio a Ferruzzano dove si trovavano 37 vitigni della zona, 23 peri in estinzione e sorbi, peschi, susini, meli, fichi… Il prof. Scienza di fronte a quella varietà di grappoli in così poco spazio restò trasecolato, anche perché quei vitigni appartenevano probabilmente a un passato assai remoto, all’epoca bizantina, romana e addirittura greca”. Scienza, dopo essersi complimentato con Sculli per la straordinaria opera di recupero e valorizzazione delle risorse, promise che avrebbe aiutato il territorio. “L’interesse del prof. Scienza coincideva con il mio – continua Sculli. – Per volontà del destino avevo incontrato la persona che avrebbe messo in risalto il territorio, vista la sua posizione nel contesto accademico nazionale e internazionale”.
Grazie allo zampino del destino 126 varietà autoctone della provincia di Reggio Calabria, autentiche reliquie, sono state salvate dall’estinzione: la gran parte delle marze fu donata a Scienza dallo stesso Sculli e venne innestata nel campo sperimentale del dott. Librandi, di Cirò.
Ma l’opera di salvataggio delle nostre “radici” non si concluse lì: grazie agli spunti suggeriti dal cattedratico di Milano e all’infaticabile investigatore Sculli, spesso apostrofato come “chiju pacciu chi va cercandu ‘nte vigni”, si è cercato di salvare in raccolte private il numero più alto possibile di vitigni del Mediterraneo antico, presenti nelle numerosissime enclaves, specialmente pre-aspromontane. Ad oggi sono 270 i vitigni salvi, tra biotipi e genotipi. Un ricco arsenale contro l’erosione genetica.
Ma restano da esplorare con più attenzione così da recuperarne le marze, le aree di Melito, Campo Calabro, Bagaladi, Cardeto, Staiti, Africo, Samo, Careri, S. Giovanni di Gerace, Mammola, Grotteria, Bruzzano, Ardore, Canolo, Portigliola, Siderno, Roccella Jonica, Stignano, Riace, Monasterace, Camini, Stilo, Pazzano, Placanica, Palizzi… ma anche l’area del Savuto e quella del Pollino, in provincia di Cosenza; la zona attorno a Squillace e l’area di Tiriolo, in provincia di Catanzaro; numerose aree di Crotone. Si calcola che esplorandole si potrebbero recuperare almeno 500 altri biotipi.
“Sarebbe indispensabile tentare quest’operazione – sostiene Sculli – in quanto in queste aree potrebbero sopravvivere le viti di tutto il Mediterraneo antico e del Medio Oriente”. Le coste della Magna Grecia, infatti, così prepotentemente protese fino al cuore del Mediterraneo, hanno rappresentato sin dalle epoche più remote una sorta di ponte e di punto di contatto tra le diverse civiltà, una circostanza che ha favorito l’arrivo nel Mezzogiorno d’Italia di numerose varietà di vite che si sono incrociate poi con le viti selvatiche autoctone.
Un ricchissimo patrimonio messo in pericolo, all’inizio degli anni ‘50 del ‘900, con l’emigrazione di massa dalla Calabria verso l’Australia, gli Stati Uniti, il Canada e l’Argentina. “Le prime vittime di quell’emigrazione – prosegue Sculli – furono tutte quelle varietà di piante che avevano determinato la conservazione di un modello di civiltà statico ma a misura d’uomo”.
A mettere ulteriormente a rischio la biodiversità di una tradizione millenaria anche i rapidi processi di globalizzazione dei prodotti e dei mercati e la nefanda politica comunitaria, che a partire dagli anni ottanta, dava incentivi per estirpare i vigneti. “Divenne una prassi obbligata – aggiunge Sculli – ricorrere nella costituzione di nuovi vigneti, a vitigni internazionali o a pochi viti calabresi, quali il Magliocco, il Greco Nero, il Greco Bianco, il Mantonico, il Gaglioppo, la Guardavalle, la Greca Bianca. E così, nello spazio di pochi anni, lo scenario della costituzione dei vigneti in Calabria è profondamente mutato”. Oltre ai vitigni, furono spazzati via varietà numerose di ortaggi, furono cancellati campi di peschi, sorbi, giuggioli, ciliegie, numerose varietà di fichi, gelsi, agrumi, albicocchi… Furono i vecchi a impedire il totale naufragio di queste specie e Orlando Sculli sta tentando di riportarle alla luce, una dietro l’altra, scrutando pazientemente in piccole vigne marginali e recuperando al contempo l’identità di un luogo e un mondo intero di saperi orali. “Da sempre sogno di creare un chepos (giardino) delle meraviglie. Lo si potrebbe fare magari attorno alla diga del Lordo, a Siderno, così si potrebbe recuperare l’area e nello stesso tempo salvare millenni di storia”. Oltre ad aver preservato il nostro preziosissimo germoplasma, proveniente da luoghi lontani e portato in Calabria, nel corso dei secoli, da popoli in fuga, Orlando Sculli ha restituito al territorio oltre 750 palmenti, tutti accuratamente schedati, tra l’indifferenza generale. Scavate nella roccia, quelle vasche raccontano la storia di un mondo contadino e pastorale illustrando le tecniche di trasformazione dell’uva dal periodo greco ai giorni nostri.
“Nel territorio delimitato a sud dalla fiumara di Bruzzano e a nord dal Bonamico – ci riferisce Sculli – si trova la massima concentrazioni di palmenti: sono più di 700 gli esemplari rinvenuti. Rimanendo nella Locride abbiamo, poi, 7-8 palmenti resistono a Bova, 1 a Palizzi, 3-4 a Brancaleone, 7-8 a San Luca, 5-6 a Careri-Natile, 1 a Ciminà, 6-7 ad Antonimina, 5-6 a Gerace, 1 a San Giovanni di Gerace, 6-7 a Caulonia, 1 a Camini e poi niente più fino a Santa Caterina dello Ionio dove ce ne sono 22. Tutti questi palmenti sono stati prima ellenici, poi romani e infine bizantini”. La Locride, stando a quanto ci rivela Sculli, possiede quindi il patrimonio di palmenti più ricco del mondo.Ma nonostante siano stati visitati da studiosi stranieri, come Patrick E. McGovern, docente di Antropologia all’università della Pennsylvania e direttore del Museum Applied Science Center for Archaeology della stessa università, da Lin Foxhall esperta di archeologia classica dell’università di Leicester in Inghilterra, da John Robbe, prof. dell’università di Cambridge, esperto in neolitico, da Robert Winter docente di storia dell’arte nel Rhine-Renoir College del North Carolina, dal già citato Attilio Scienza, “mai - dichiara Sculli - la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, ha prestato ascolto ai ripetuti appelli, degnandosi di accennare alla minima iniziativa per la salvaguardia di questi palmenti; nel frattempo almeno cinque sono stati distrutti nel corso di interventi agricoli”.
Un patrimonio immane rischia di essere perduto, un patrimonio di inestimabile valore colturale oltre che culturale. Sculli lancia il suo SOS nella speranza che le istituzioni calabresi vogliano farsi promotrici di questo salvataggio, ricordando che è tanto di moda tra i grandi vinificatori, che propongono i vini ricavati dai vitigni autoctoni, lo slogan: “la storia si beve assieme al vino”.
Altro dato di fatto inconfutabile e da tenere bene a mente è che le cultivar autoctone rappresentano un dolce intrecciarsi di genius loci (spirito del luogo) e genius saeculi (spirito del tempo). Il genius loci lo si trova ovunque, il genius saeculi lo possiamo vantare in pochi, e la Calabria ne ha davvero tanto da irrorare e con cui imperlare le generazioni future.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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