Nel PD non c’è un Requiem da recitare ma una battaglia da intraprendere

Dom, 04/08/2019 - 17:00

L’articolo dell’amico Ammendolia ha il pregio della schiettezza e di un approccio scevro dalla diplomazia di chi commenta, ma di chi vuol entrare con i “piedi nel piatto”. Anche la perentorietà di proclamare che il PD “non è più un partito nazionale ma un arcipelago di interessi…” rischia di essere fuorviante.
Potrei reagire con l’orgoglio dell’appartenenza e replicare polemicamente, ma la stima che ho dell’interlocutore mi spinge a comprendere la radicalità della critica e nello stesso tempo richiamare in nome di una storia e di un’appartenenza a ragionare sulle trasformazioni della contemporaneità. Se per partito nazionale si intende una storia, un progetto e una società chiaramente modellata dentro a un conflitto capitale-lavoro o a quella di un mezzogiorno in cui braccianti, operai e contadini lottano per liberarsi dal retaggio feudale, quel partito nazionale appartiene al suo tempo.
Oggi il conflitto si è evoluto e si trova di fronte a dinamiche transnazionali che non si possono più governare guardando il passato. È esploso un processo che trascende dalla nostra dimensione e non solo per la nascita della Comunità Europea ma per l’irrompere sulla scena mondiale dopo il crollo del muro di Berlino, di un processo di globalizzazione in cui si intreccia la domanda di emancipazione e di liberazione della parte del globo più arretrata e come reazione la nascita di un nazionalismo patologico che viene cavalcato da una nuova destra competitiva al limite dello sciovinismo che rischia di far arretrare il processo di emancipazione dell’intera umanità.
Peraltro la dimensione che è venuta ad assumere la questione ambientale, ineludibile nella sua dimensione percettiva ma assai difficile da accompagnare a nuove politiche di sviluppo obbliga a un salto di qualità progettuale che non ha precedenti. Io non ho la presunzione di rispondere in nome e per conto di un partito uscito sconfitto dalle urne e che comincia a risalire la china. Ma di strada ce n’è molta da fare. E penso che ci sia la necessità per recuperare quella dimensione nazionale che il potere ha corrotto, come sostiene Ammendolia, che occorra rilanciare una progettualità all’altezza delle trasformazioni e delle sfide che il populismo e il sovranismo cercano di occultare.
Per essere più esplicito i giallo-verdi sono la manifestazione del male, della sofferenza sociale e della crisi della politica, non ne sono il rimedio. E peraltro lo si vede ogni giorno. Ma se si è arrivati a questo punto occorre una sana autocritica che ancora non si esprime come dovrebbe e nello stesso tempo far lavorare quel principio di partecipazione che allarga l’orizzonte a un rilancio dell’ambizione riformista. La pluralità della sinistra non deve essere un peso da sopportare ma una risorsa da tradurre in azione e in mobilitazione popolare. Ma ci vuole il senso della misura: nessuno che si richiama ai principi e ai valori nei quali opera può essere tacciato di tradimento se la pensa diversamente sui temi più delicati del momento.
Penso a come tenere insieme il tema della sicurezza con quello dell’accoglienza e come tenere insieme l’interesse del mezzogiorno dell’Europa e battersi per un processo di globalizzazione governato e che non sia solo quello delle merci ma anche della risorsa fondamentale che è quella umana, degli uomini e delle donne che fuggono dalla miseria e aspirano alla valorizzazione delle loro legittime ambizioni. In questo ambito occorre collocare lo stesso tema del regionalismo differenziato.
Non deve essere un dibattito tra furbi ma un confronto tra pari e, si sa, che la parità nella conferenza delle regioni adesso non c’è. Ma se qualcuno interpreta il valore aggiunto delle regioni più progredite economicamente, l’occasione per alimentare le diversità italiane scaricando il peso sul Mezzogiorno troverà il PD nettamente contrario. E peraltro la partecipazione dell’Emilia alla partita referendaria aveva alla base motivazioni molto diverse dal Veneto e Lombardia. Lungi da me voler assumere la difesa di una scelta, quella del Referendum molto discutibile. Ora chi dà per scontato che ci possa essere un accordo tra i giallo verdi con all’orizzonte il voto della Campania e della Calabria penso che sbagli.
Ma il problema che si ripropone è quello che è stato nell’agenda di questi anni della sinistra riformista, riformare le istituzioni e costruire una soggettività politica plurale, un contenitore politico, un partito con la P maiuscola che non si adagia sul motto della vocazione maggioritaria. Un partito che sappia rinverdire quella presenza capillare nella società, nei paesi, nei quartieri, nelle scuole e università, nei luoghi del lavoro, nelle forme e nei modi dettati dalla rivoluzione introdotta dai social e dalle forme di comunicazione che possono espandere la partecipazione di massa. In questo senso anche l’appartenenza politica non sarà tanto sostenuta da un atto di fede ma dalla condivisione e la compartecipazione a un processo di crescita e di riforma della democrazia in senso partecipativo.
Quindi non c’è, per quanto mi compete, un Requiem da recitare ma una battaglia da intraprendere. Ci sono alleanze da costruire tra soggetti istituzionali, i Comuni le Regioni del Mezzogiorno. Non dimentichiamo che il Consiglio regionale della Calabria è stato il primo in Italia, il 30 gennaio 2019, ad approvare all’unanimità una propria risoluzione, con la quale è stata formalmente messa in mora la Presidenza del Consiglio dei Ministri in ordine alla necessità di garantire i diritti di tutti i cittadini prima dell’attuazione delle forme di autonomia rafforzata richiesta dalle Regioni interessate. Così come non dobbiamo dimenticare l’iniziativa di Oliverio di proporre la costruzione di un’alleanza costituzionale delle forze politiche del mezzogiorno, anche di quelle che hanno votato per i nemici del mezzogiorno.
Purtroppo la vera colonizzazione l’ha veicolata Salvini sul tema della paura dell’invasione africana in assenza di una politica nazionale ed europea rivolta verso l’Africa, un continente che demograficamente esplode mentre l’Italia è in crisi demografica. C’è quindi una grande battaglia da fare e mi auguro che si possa fare insieme anche a tante menti critiche nelle quali prevalga l’ambizione di costruire un futuro condiviso.

Autore: 
Giovanni Puccio
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