Montalto nascita della “nuova” ‘ndrangheta

Ven, 21/03/2014 - 21:07

L’operazione Montalto portò davanti ai giudici del Tribunale di Locri 72 soggetti, fra i quali i presunti boss Giuseppe Zappia, Antonio Macrì, Antonio Nirta, Giovanni Tegano, Domenico Tripodo, ritenuti appartenenti a diverse locali dislocate nell’intero territorio della Provincia: fascia tirrenica, fascia jonica e città di Reggio Calabria. Al capo a) dell’imputazione veniva contestato il delitto di associazione a delinquere (art. 416 c.p.), per molti aggravato dall’art. 7 L. 575/65, «per essersi associati allo scopo di commettere più delitti, scorrendo le campagne armati, con l’aggravante per Macrì Antonio, Nirta Giuseppe e Tripodo Domenico della qualità di capi dell’associazione». Per la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, attualizzando e collegando in un filo comune l’evoluzione della criminalità organizzata calabrese, si trattava, quella di Montalto, del 26 ottobre 1969 in loc. Serro Juncari, rappresentava l’esistenza e l’operatività di un’unica associazione per delinquere, appartenenti a diverse zone della provincia reggina. Del resto nel capo b) dell’imputazione, nel quale veniva contestato il delitto di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata in concorso, si precisava che il summit era finalizzato a «trattare problemi della malavita calabrese e, in particolare, per preparare un piano di difesa e di reazione contro le attività delle forze di polizia».
Il processo fu definito con la sentenza del Tribunale di Locri del 2 ottobre 1970, pronuncia che risulta particolarmente interessante in quanto consente di ipotizzare che già nel lontano 1969, nel corso di un summit storico, vi erano elementi per affermare: che la ‘ndrangheta era un’organizzazione unitaria, con articolazioni territoriali nei tre mandamenti. Ma anche come nel corso di questa riunione era stata posta all’ordine del giorno l’opportunità di dotare le varie locali di ‘ndrangheta di una struttura di vertice che ne coordinasse l’azione, come sottolineato dal vecchio presunto boss Giuseppe Zappia con una frase divenuta celebre: «qui non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì, non c’è ‘ndrangheta di Peppe Nirta! Si deve essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va» (cfr. sentenza del Tribunale di Locri del 2.10.70, pg. 27).  Il summit, a cui parteciparono circa centocinquanta persone, rappresentanti delle cosche operanti in tutta la Provincia di Reggio Calabria, al fine di trovare un accordo su varie questioni, fu interrotto dall’intervento degli agenti di pubblica sicurezza, coordinati dal commissario della Polizia di Stato Alberto Sabatino.
Fu l’imputato Antonino Furfari a spiegare quale fosse l’oggetto del summit: «Giuseppe Zappia parlava agli altri sostenendo essenzialmente: l’opportunità di unificare in una sola organizzazione, che sarebbe stata più efficiente i gruppi di malavita facenti capo rispettivamente a Tripodo, a Macrì e a Nirta; l’inderogabile esigenza del rispetto della tradizione in ordine al luogo dell’assemblea annuale, luogo che doveva continuare ad essere scelto nella zona del Santuario di Polsi, anche se era opportuno spostare la data; la necessità di inasprire la lotta contro la polizia, ricorrendo persino ad attentati dinamitardi» (cfr. sentenza del Tribunale di Locri del 2.10.70, pg. 25).
Nel corso del processo il Pubblico Ministero dell’epoca sostenne che «la riunione tenutasi la mattina di domenica 26 ottobre 1969 in loc. Serro Juncari di Montalto, nel cuore dell’Aspromonte, fu certamente l’assemblea della malavita della Provincia di Reggio Calabria, manifestazione tutt’altro che solitaria dell’attività illecita multiforme, tipica di quell’associazione articolata ed efficiente che è la malavita stessa» (cfr. sentenza del Tribunale di Locri del 2.10.70, pg. 85).
La tesi della Procura fu accolta dal Tribunale con la citata sentenza del ’70 che, collegata alle risultanze dell’indagine “Il Crimine” fa ritenere che già all’epoca unica fosse l’organizzazione (denominata ‘ndrangheta, Malavita o Onorata Società), anche se strutturata in tre diversi gruppi in relazione all’area territoriale di competenza, e che all’ordine del giorno era posta la necessità di renderne più incisiva l’azione, obiettivo che poteva essere realizzato solo rendendone unica la “testa”, quindi creando una struttura di vertice.

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