L’estorsione aggravata

Lun, 22/07/2019 - 16:00
Giudiziaria

Nel reato di estorsione la minaccia può anche essere implicita, ricavabile cioè dall'ingiustizia della richiesta, dalla personalità dell'agente e dalla posizione del soggetto passivo.
Sul punto è interessante la ricostruzione effettuata dal gip di Reggio Calabria all’interno di una recente ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di soggetti indagati per estorsione aggravata dal metodo mafioso che non sono stati collegati ad alcuna delle consorterie operanti nel territorio di riferimento ma che, nonostante ciò, sono accusati dalla DDA Reggina di aver utilizzato una metodologia che è riconducibile a quella mafiosa.
La persona offesa era certa che la richiesta di denaro rappresentasse una vera e propria richiesta estorsiva e che avrebbe dovuto pagare non certo per spirito di liberalità ma al fine di tutelare la propria incolumità e l'attività imprenditoriale.
Va osservato, poi, che la minaccia non deve concretarsi necessariamente nella prospettazione di un male irreparabile alle persone e alle cose, tale da non lasciare al soggetto passivo alcuna libertà di scelta, ben potendo ritenersi conseguita la coartazione della volontà tutte le volte che il male minacciato in relazione alle circostanze che lo accompagnano, sia tale da far sorgere nella vittima il timore di un concreto pregiudizio; di talché è del tutto palese l'idoneità di minacce che prospettino pericoli idonei normalmente ad impressionare e turbare il soggetto passivo.
Del resto, sempre in linea generale, va rimarcato che la Cassazione è sempre stata costante nell'affermare che nel delitto in questione la minaccia può essere diretta o indiretta, esplicita o larvata, ed è da ritenersi sussistente tutte le volte in cui, avuto riguardo alla personalità sopraffattrice dell'agente, il soggetto passivo venga a trovarsi nella condizione di doverne subire la volontà per evitare in caso di mancata adesione il paventato verificarsi di un più grave pregiudizio.
Le condotte accertate costituiscono atti che comportano una violenza privata caratterizzata dall'ulteriore evento del conseguimento di un ingiusto profitto con altrui danno, caratterizzata dalla privazione della libertà di autodeterminazione nelle disposizioni patrimoniali del soggetto passivo, beni giuridici tutelati dall'art. 629 del c.p..
Qualche precisazione appare opportuna in ordine all'aggravante prevista dall'art. 7 del d.l. 152/1991, contestata in parecchi capi d'imputazione agli imputati tratti in giudizio in questo processo.
Occorre osservare che la ratio della disposizione di cui all'art. 7 del d.l. 152/91 non è soltanto quella di punire con pena più grave coloro che commettono reati utilizzando "metodi mafiosi" o con il fine di agevolare le associazioni mafiose, ma essenzialmente quella di contrastare in maniera più decisa – stante la loro maggiore pericolosità e determinazione criminosa – l'atteggiamento di coloro che, siano essi partecipi o meno in reati associativi, si comportino "da mafiosi", oppure ostentino in maniera evidente e provocatoria una condotta idonea ad esercitare sui soggetti passivi, quella particolare coartazione o quella conseguente intimidazione, propria delle organizzazioni della specie considerata (v. Cass. sez. VI, sent. 582 del 9/4/98).
L'aver commesso il delitto avvalendosi delle condizioni previste dall'art. 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo comporta, in base alla norma in oggetto, un aumento di pena da un terzo alla metà. La funzione dell'aggravante in parola è di reprimere il metodo delinquenziale mafioso, utilizzato anche dal delinquente individuale sul presupposto dell'esistenza in una data zona, quale quella gelese, dell' associazione mafiosa. Ne consegue che la condotta posta in essere deve essere ricollegabile alla natura del metodo utilizzato ossia alla forza intimidatrice del vincolo associativo (v. Cass. VI, sent. 30246 del 5-9-2002).

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