Il moretto della Gelca

Lun, 29/08/2011 - 13:41
Il moretto della Gelca

Le scagliette di nocciola e di cioccolato, il sapore di cacao amaro. Con il trofeo dell’estate sedevamo in fila a un muretto in un orgasmo di mugolii. La gioia della vita, un Moretto in mano, i giapponesi (infradito di gomma) ai piedi e il mondo era nostro. Così iniziavano le roventi estati di un tempo, interrotte e rovinate dal rientro degli emigrati che prendevano la scena, la tavola, i risparmi di un anno in cambio di un po’ di zucchero a quadretti e qualche sgargiante camicia a quadri. I peggiori erano i bambini, si aggiudicavano il nostro trofeo senza sforzi. Ci mandavano a comprare il Moretto per loro, per noi al massimo qualche ghiacciolo alla fragola o al limone. In tavola vedevamo cibarie che non frequentavano mai le nostre case e noi dovevamo attendere che le cavallette riempissero le loro bocche voraci sino allo sfinimento, per poter assaggiare qualcosa. Noi facevamo le formiche e loro le cicale, non ci lasciavano nulla per i nostri inverni che per fortuna non erano né lunghi né rigidi. Andavano via con ogni briciola avanzata ai loro stomaci, e il disastro alimentare non era il peggiore. La fame che ci procuravano avremmo potuto perdonargliela, l’inganno era il regalo velenoso che ci lasciavano. Ci raccontavano mondi splendidi e noi siamo cresciuti, grazie alle loro insulse favole, con la voglia di andar via, di raggiungere i paradisi di cui ci parlavano nei loro interminabili pranzi a spese nostre. Da grandi siamo andati in massa a trovarli, abbiamo visto le loro umide case di periferia, i casermoni anonimi che abitavano. Li abbiamo sorpresi a fare i lavori più umili e ci siamo seduti alle loro tristi tavole provando a riempire gli stomaci con pastine in brodo e sottaceti saclà. Maledetti, ci hanno derubati da piccoli dei nostri Moretti, da grandi ci hanno consegnati alle nebbie e alle costrizioni del Nord. Quanto eravamo fessi a non capire che la fame che avevano non poteva essere frutto di un paradiso, ma il prodotto di una vita di fatica, di sacrifici, di rinunce e fallimenti. Ah, potessimo rinascere che i nostri Moretti non li avremmo ceduti più a nessuno e le nostre vite le avremmo cresciute per abitare il nostro mondo che è più paradiso degli altri.

Autore: 
Giacchino Criaco
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