I tingiuti di Saline

Lun, 03/10/2011 - 09:31
I tingiuti di Saline

Dapprima furono le bioproteine chimiche della Liquichimica, poi le riparazioni dell'OGR. Ora, ci risiamo, sarà la volta dell'elettricità. A Saline si replica il miraggio, gli svizzeri di REPOWER vogliono convertire i reperti industriali calabresi per farne una modernissima centrale elettrica a carbone. La promessa è allettante, come al solito. Si creeranno un migliaio di posti di lavoro, che per una terra disperata come la nostra sarebbero una manna, anzi no una goccia nel mare. Si continua a percorrere una strada sbagliata, quella dell'industrializzazione a tutti i costi. Si chiudono gli occhi sui fallimenti delle politiche industriali nel sud, debacle colossali, dalla Campania, alla Puglia, alla Basilicata, alla Sicilia, passando per la Calabria. Fiat, Ilva, Quinto centro siderurgico, Petrolchimico. Nomi diversi per fallimenti identici, che hanno alimentato speranze e costruito disastri ambientali enormi. Perché la centrale di Saline dovrebbe mutare la tendenza? Perché è di ultima generazione, con una resa maggiore di almeno il dieci per cento rispetto alle centrali tradizionali, con un basso tasso di emissioni di zolfo e anidride carbonica, con un'accurata attenzione all'impatto ambientale affidata ad architetti seri del calibro di Rota e Kisar. Dicono. Sarà, ma intanto verranno inondati di cemento trecentoventimila quadri di terreno, verrà sparata in cielo una torre di centottanta metri, verranno costruiti trentacinque chilometri di elettrodotti sino a Rizziconi per il collegamento alla rete nazionale di trasmissione, verranno costruite nuove banchine nel porto ormai fatiscente per l'attracco delle grandi navi carbonifere. Ecco, alla faccia del basso impatto ambientale. Non bisogna essere dei beceri e integralisti soldati ambientali, come in fondo noi siamo, per avere dubbi sulla bontà della centrale di Saline. Continuiamo a vedere la rincorsa della nostra politica verso scelte che contrastano mortalmente con la vocazione della nostra terra. Abbiamo il futuro dell'energia, non si chiama petrolio, ne carbone. E' il sole. Forse è meglio non far tingere di nero il nostro futuro. E, quasi quasi, vien voglia di dire a gli svizzeri di portare il carbone a casa loro.

Autore: 
Giacchino Criaco
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