Gianluca Sità e l’eresia del Mito

Dom, 31/05/2015 - 18:28

Apprezzato da alcuni tra i più grandi critici d’arte, Gianluca Sità presenta una selezione di opere che raccontano la sua visione gotica del mito greco. I quadri, già in mostra dall’8 maggio al Museo Civico Archeologico di Sarteano (Tosacana), rimarranno esposti fino al 20 luglio.
Pittore figurativo, Sità nasce a Mammola e vive e lavora a Roma dove rimane dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti.
Il pittore ha una visione intimista, quasi sublime del mito e della natura che si intrecciano in una pittura declinata verso un nuovo simbolismo: «Riprende la grande stagione del XIX e XX secolo per poi riprodurla in un mix di arte italiana e pittura nordica», come afferma il critico d’arte Lorenzo Canova.
Basta solo guardare attentamente le sue opere per capire che tra le sovrapposizioni delle velature e lo studio attento del disegno si intrinseca una riflessione del mondo e del destino umano. E come l’Isola dei Morti di Arnold Böcklin ha visto letterati e filosofi giungere alle sue rive senza fare più ritorno, anche il fato degli uomini nelle raffigurazioni di Sità non trova spazio per nessun sentimentalismo, ma solo per l’inquietudine. Tutto questo viene infatti ricordato in Achille raggiunge Patroclo alle porte dell’Ade, dove il semidio ancora integro nel suo corpo viaggia alla ricerca del suo amato compagno.
Nelle opere si può notare come il pittore, il viaggiatore, ricordi le sue radici per dare vita al mito greco “attraverso la sua visione di matrice prevalentemente nordica” riscoprendo un’umanità schiava del destino, le cui divinità infliggono le più tragiche punizioni a coloro che osano sfidarle e “spingendosi troppo avanti fino a provocare la loro stessa caduta”.
Il sublime spazio raffigurato in La vendetta di Artemide, nel quale è protagonista la testa decapitata di Atteone, trasformato in cervo perché ha osato spiare la dea, spinge l’osservatore a immaginarla mentre si allontana nella sua più crudele indifferenza. E ancora, l’ultima piuma delle ali di Icaro fuse dal calore del sole e posta quasi al centro dello spazio oscuro, costringe a riflettere sulla punizione inflitta al giovane dopo aver osato sfidare il Febo Apollo.
Sità riporta la più grande caratteristica di noi “gente del sud” che, “esploratori dei più profondi meandri dell’esistenza” non dimentichiamo mai chi siamo e non troviamo altra via per ritornare. L’autore si fa dunque viaggiatore di se stesso scendendo nelle profondità dell’anima, alla ricerca della verità, proponendo così una nuova soluzione alla solitudine dell’uomo e dei suoi intimi conflitti.
Il cielo della Sfinge propone una creatura che non è accompagnata da Edipo, ma sembra colloquiare nella solitudine con un cielo grigio che però non da alcuna risposta o soluzione. Anzi, forse la soluzione è proprio la Sfinge stessa, che è arte e che sfidando il cosmo e frantumando la realtà oppone a questa la sua capovolta verità.
Niko Panetta ripropone la figura di Sità come un Orfeo, “magnifico cantore di amore e morte” che “sfida la tenebra, scende nell’Ade e vi trova la linfa a cui attingere”. Eros e Thanatos sono quindi presenti nelle opere di Gianluca Sità, in fusione con una dimensione cosmica dell’idea “del divenire e del continuo mutare delle cose e dell’immutabilità ed eternità dell’essere” (Eraclito).
 

 

Autore: 
M.Cristina Caminiti
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