C’era una volta… la questione Meridionale

Dom, 21/07/2019 - 17:40

Ci sono tanti modi per risolvere i problemi annosi e difficili: il più agevole è quello di non parlarne più dopo avere constatato che le cure praticate sono state pressoché inadeguate. È quello ch’è avvenuto sulla questione Meridionale, ormai fuori dai programmi politici e dalle agende parlamentari. Ma la forbice Nord-Sud si è allargata ed è visibile a chi percorre, anche fugacemente la Penisola. L’Unità d’Italia s’è realizzata per opera di pochi intellettuali e patrioti nell’assenza e indifferenza delle masse contadine e artigiane, ma caso ancor più strano, non previsto dalle cancellerie europee; insomma l’impresa di Garibaldi ha sorpreso tutti. Quando nel 1861 nasce in Europa un nuovo regno il mondo politico del tempo resta sorpreso, come i vari Stati che si trovano annessi al regno del Piemonte con i cosiddetti plebisciti. Maggiore sorpresa suscita la decisione del Parlamento di Torino di dare al nuovo Stato un ordinamento centralizzato e non federale come teorizzato dal movimento neo guelfo, guidato dal Gioberti e da quello laico, il cui maggiore teorico è Carlo Cattaneo. Sulla ipotesi di uno stato unitario federale c’erano gli studi degli intellettuali riuniti intorno al Politecnico che dimostravano come l’Italia unificata dovesse essere federale. I vari Stati che vanno a formare il nuovo Regno sono infatti diversi per cultura, mentalità, sviluppo economico e sociale, tradizioni, usi e costumi. Tutto questo andava recuperato e mantenuto in una cornice unitaria. Il Parlamento di Torino, invece, sceglie il modello centralistico forse per paura che l’unità miracolosamente raggiunta potesse dissolversi. Ai nuovi Stati viene estesa la legislazione del regno Sabaudo e si parla subito di un Paese occupato dal Piemonte. Vincenzo Cuoco aveva detto che le leggi sono come i vestiti, quindi Stati diversi non possono avere le stesse leggi, ma la sua lezione non è stata ascoltata. Si parla subito di mala unità, anche perché nel Mezzogiorno esplode il fenomeno del brigantaggio nella cui repressione il nuovo Stato deve ricorrere all’uso massiccio dell’esercito e all’approvazione della legge Pica che prevede fucilazioni e impiccagioni, senza processo. Alla fine della repressione si contano più di trecentomila morti, tra fucilati e impiccati. In questo contesto anche antichi patrioti che avevano provato le prigioni borboniche, come l’Abate Antonio Martino, Vincenzo Ammirà, mastro Bruno Pelagio, Vincenzo Padula si schierano contro la mala unità. I meridionali hanno visto solo tasse su ogni animale posseduto, sulla filatura, e infine il servizio militare obbligatorio in un Paese che ha bisogno di braccia. I Piemontesi occupano i punti nevralgici dello Stato e l’apparato industriale viene demolito o trasferito al Nord. La questione Meridionale viene però alla luce soltanto dopo le inchieste sul Meridione condotte con coraggio e competenza da Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino e Giustino Fortunato. Ma la gravità della situazione del Mezzogiorno era già stata avvertita dal Cavour, che negli ultimi giorni di vita, parlando con i suoi familiari, si esprimeva più o meno in questi termini: non dobbiamo dimenticare quei nostri poveri napoletani, così intelligenti ma così corrotti da lungo malgoverno che bisognava far lavorare, reggere con leggi inflessibili e governare con liberalità. Ma lo Statista piemontese non ha avuto il tempo d’affrontare i problemi del Sud in un’ottica unitaria. I governi della destra storica, assillati dai problemi economici del nuovo Stato trascurano il Mezzogiorno. Già nei primi dell’Ottocento un intellettuale scozzese, Mac Farlane, aveva scritto che il Mezzogiorno non ha bisogno di generali ma di strade e ferrovie. La ferrovia al Sud arriva coi governi della Destra storica, ed è rimasta tale, ma per avere i ponti sulle fiumare calabresi bisogna aspettare l’intervento di Michele Bianchi. Il Sud, dopo che esplode la Questione meridionale, migliora ma senza uscire mai dal sottosviluppo in cui è stato relegato, anche per colpa della sua classe dirigente. Ma solo dopo la seconda guerra mondiale il Sud respira aria nuova: si avvale della legislazione sul welfare, sfrutta i canali dell’immigrazione e l’economia migliora e con essa lo stato della gente. La Cassa del Mezzogiorno, di cui spesso si è parlato tanto, ha realizzato tante opere di civiltà che restano; una per tutte la trasversale Jonio-Tirreno che ha collegato la Jonica all’Italia. Ma le due Italie restano e il problema meridionale è grave come prima, solo che non se ne parla più. Nell’agenda della classe politica oggi troviamo la questione Settentrionale. Le Regioni del Nord si lamentano perché ricevono dallo Stato meno di quello che danno. Ed è vero. Ma quanto valgono le infrastrutture del Nord: rete stradale, ferroviaria, ospedaliera, aeroportuale, sportiva costruita con i soldi di tutti? Facciamo il confronto con quello che si è speso nel Sud ed emerge che lo Stato al Nord spende molto di più. Gli ultimi meridionalisti, come Nicola Zitara e Pasquino Crupi, avevano fatto i conti ma sono scesi nella tomba e non hanno voce. Col cambio del Titolo V della Costituzione, lo Stato s’è lavato le mani e delle molte cose che al Sud vanno male viene data la colpa alle Regioni. Ma l’Italia non è una somma di Regioni. Restano le opere civili e le strutture interregionali come strade e ferrovie che sono di competenza statale. Ancora oggi nell’agenda politica c’è la TAV, che deve consentire alle merci di arrivare a destinazione con poche ore di anticipo, ed è giusto finanziarla, ma quanti si sono accorti che l’alta velocità da tanti anni è ferma a Salerno? La classe politica meridionale dov’è? E il mondo dei media, della carta stampata e della cultura? Qualcuno che almeno ci spieghi i criteri con cui vengono spesi i nostri soldi. Al Sud mancano le infrastrutture, innanzitutto l’alta velocità fino a Palermo. Se c’è una classe politica che condivide, si faccia sentire.

Rubrica: 

Notizie correlate