“Il lavoro è il più potente antidoto contro il veleno della ‘ndrangheta”

Dom, 21/07/2019 - 11:20

Dopo la recente pubblicazione del report dell'ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) che ha messo in luce l'alta percentuale di imprese calabresi colpite da interdittive antimafia, il Presidente di Ance Calabria, Francesco Berna, così come il Presidente di Ance Reggio Calabria, Francesco Siclari, hanno espresso “forti perplessità”. “I dati riportati dall'Autorità nazionale anticorruzione - hanno dichiarato - sembrano condannare definitivamente l'economia del nostro territorio e, di riflesso, l'intera società calabrese a un marchio d'infamia. Non possiamo accettarlo”. Per approfondire la questione abbiamo intervistato Francesco Berna.
Secondo alcuni dati diffusi dall’Autorità Nazionale Anticorruzione negli ultimi 5 anni si è registrata in tutta Italia una notevole crescita delle interdittive, passando dalle 122 del 2014 alle 573 del 2018, un incremento pari al 370%. La fetta più grossa della torta se l'è accaparrata la Calabria con 549 interdittive, il 26,9 % del totale. Come commenta questi dati?
Purtroppo i dati si commentano da soli, lo strumento dell’interdittiva antimafia  oggi sta diventando da problema circoscritto alle regioni “criminali” a problema nazionale: forse questo porterà il legislatore a interrogarsi se un provvedimento amministrativo che produce effetti così nefasti sulla vita dell’impresa che lo subisce, senza che ci sia un controllo giurisprudenziale a monte, sia lo strumento più efficace per combattere la criminalità.
La maglia nera per numero di imprese destinatarie di interdittive va alla provincia di Reggio Calabria con 222. Come può una sola provincia totalizzare quasi quanto tutto il nord-est e più del nord-ovest, che vantano la più alta percentuale di imprese?
Purtroppo in una provincia come quella di Reggio Calabria questo è il risultato di uno strumento basato su informative di polizia in cui rivestono un ruolo importante parentele, amicizie e incontri anche occasionali al bar, tutti  fatti che non hanno rilevanza penale e che non possono in assoluto 'certificare' l'infiltrazione mafiosa dell'azienda. L'interdittiva, per come configurata dal legislatore dell'epoca, avrebbe dovuto essere adottata "cum grano salis". Oggi si è trasformata invece in una spada di Damocle che pende sulla testa degli imprenditori, "colpevoli' di avere il fornitore sbagliato o di bere un caffè con qualcuno di cui non sono tenuti a conoscere né le parentele, né il casellario giudiziale.  
In qualità di presidente di Ance Calabria ha più volte sollecitato una riforma dello strumento dell’interdittiva, ritenendolo inefficace e sproporzionato nei suoi "effetti collaterali". Quali sono le modifiche da apportare?
Noi riteniamo che lo strumento debba continuare a esistere ma debba essere sottoposto a monte, prima dell’emissione, a un vaglio giurisprudenziale, e che debba in ogni caso essere salvaguardata la continuità aziendale al fine di tutelare l’occupazione ed evitare danni sociali. Abbiamo più volte chiesto alla politica una riforma normativa che attribuisca a tale procedimento natura giurisdizionale e non amministrativa, rilevate le conseguenze estremamente gravi che possono arrivare fino alla morte dell’azienda. E abbiamo sollecitato la massima cura nella gestione delle imprese sottoposte a interdittiva per salvaguardare i livelli occupazionali e, in secondo luogo, l’avviamento delle stesse.
Di recente Stefano Musolino, magistrato in forza alla Dda reggina, ha dichiarato in merito all'istituto delle interdittive che "se si sceglie solo la repressione si opta per indurre nella città una sorta di sopore rassegnato: nessuno si espone più". Pensa che il deserto imprenditoriale in cui rischia di sprofondare la Calabria e l'emigrazione dei nostri giovani siano dovuti anche alla facilità con cui si emettono questi provvedimenti sulla base di meri sospetti?
Il dottore Musolino è senza dubbio uno dei magistrati più attivi nella lotta alla 'ndrangheta ed è assolutamente da apprezzare la sua presa di posizione. Purtroppo, a mio avviso, la criminalità nel nostro territorio non si potrà mai sconfiggere se accanto alla pur dura e necessaria repressione non verranno messe in campo misure vere di rilancio dell’economia per eliminare la piaga della disoccupazione che fornisce la manovalanza alla 'ndrangheta. Il lavoro è sicuramente il più potente antidoto contro il veleno della 'ndrangheta.
A fare eco a Musolino il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri che ha contestato la logica delle interdittive antimafia alle imprese, oltre a quella degli scioglimenti dei comuni, "perché costringono a vivere in una realtà in perenne emergenza e senza dare alcuna prospettiva per il futuro”. Queste voci che finalmente si stanno levando sono indice che il vento sta cambiando? C'è speranza che la questione "interdittive" venga presa sul serio?
L'auspicio è che il legislatore abbia finalmente il coraggio di pensare a una riforma dello strumento dell’interdittiva, perché, come sostiene il procuratore Bombardieri, non si può vivere in perenne emergenza. Occorre intervenire con urgenza. Altrimenti rischiamo di dire all'Italia che tutta l'economia calabrese è inquinata, con ripercussioni devastanti sull'attività delle imprese, sulla reputazione della regione e soprattutto sui livelli occupazionali. Lasciare le maestranze senza lavoro, ripeto, significa fare un grande favore alla ‘ndrangheta.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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